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martedì 17 novembre 2015

Grammatica e tabelline


Quando, in una scuola elementare torinese tra le più quotate e ben frequentate, sento dire che la grammatica viene sostituita da "riflessione linguistica con contenuti non prescrittivi", penso alla mia maestra e le sono grata per avermi prescritto accenti e congiuntivi.
La tiritera delle preposizioni semplici, mandata obbligatoriamente a memoria, ha costituito un solido steccato su cui poggiare proposizioni articolate. L'elenco dei monosillabi con l'accento ha permesso di andare su e giù con le idee anche al di là delle barriere imposte dai più. Le poesie a memoria, perfino le più cupe popolate da cavalline storne e pargolette mani, sono state un allenamento indispensabile per costruire il libero pensiero degli anni successivi.

Quando sento dire che le tabelline non debbono essere imparate proprio in modo preciso (!) per non generare nei bambini ansia da prestazione, penso alla mia maestra che obbligava al rigore assoluto della tavola pitagorica. Ricordo che un tempo usava stamparla al fondo di ogni quaderno, così tanto per ribadire l'importanza di questa pietra miliare della civiltà. Proprio partendo da quel quadrato impresso in modo indelebile nella mia mente ho potuto apprezzare la magia dei numeri e proseguire liberamente negli studi scientifici.

Non voglio a nessun costo apparire come nostalgica, anzi penso che oggi bisognerebbe trovare contenuti molto più moderni per far crescere cuccioli nel rigore e nella disciplina, che ritengo irrinunciabili per formare persone allenate a vivere in un mondo così complesso da decifrare, interpretare ed agire con maturità.

Forse la mia maestra mi avrà causato traumi nella personalità, forse mi avrà spinta a sviluppare un forte senso critico degenerato talvolta in viva protesta, ma oggi non mi stupisco che i bambini, a furia di assemblee permanenti e collettivi con le moderne educatrici, appena diventati adolescenti indulgano nel "binge drinking".

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