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giovedì 5 luglio 2018

A testa alta

Ogni mattina vado volentieri al lavoro, mi piace molto lavorare, anche se a volte le preoccupazioni per tenere a galla la mia piccolissima impresa mi tengono sveglia la notte. In questi ultimi giorni, leggendo le vicende di un'azienda pubblica piemontese in cui si è perpetrata una truffa finanziaria, cammino verso il mio lavoro ancora più felice e leggera.


Nel 2006 l'azienda per la quale lavoravo mi assegnò una consulenza di qualche mese in Finpiemonte per valutarne i sistemi informativi. Intrapresi l'incarico con passione, feci probabilmente un buon lavoro e, alla conclusione dello studio, mi fu offerto di entrare in Finpiemonte come dirigente per mettere in pratica quanto avevo evidenziato.

La società era allora a capitale pubblico e privato, in Consiglio d'Amministrazione erano presenti alcune banche. L'organizzazione era forse un po' ottocentesca, ma conservava una sua dignità. L'allora Direttore, di estrazione bancaria, era abituato a fare i conti a fine giornata e questo si percepiva.

Mi misi al lavoro di buona lena, riuscii a coinvolgere parecchi colleghi in una stagione di ammodernamento, certamente pestai i piedi a qualcuno, ma anche questo era parte del gioco. Ero molto soddisfatta dell'andamento dei progetti e mi sentivo anche orgogliosa, dopo tanti anni di lavoro in imprese private, di mettere la mia esperienza a disposizione di un'azienda pubblica.

Poi, per una serie di motivi, fu decisa la scissione della società con la creazione dell'attuale Finpiemonte, completamente pubblica, e all'inizio del 2008 tutto cambiò. Non so se prima certi affari poco puliti avvenissero comunque, ma erano tenuti sotto traccia; certamente con la trasformazione societaria molti pudori caddero. Arrivò dall'esterno un nuovo e discutibile direttore generale dopo una procedura pubblica di selezione, finta che più finta non si può.

I progetti ai quali stavo lavorando furono messi in discussione, in molti casi arrestati per poter essere meglio pilotati. Inutile dire che i miei nemici si moltiplicarono oltre la soglia fisiologica. Per di più, mettendoci del mio, ero riuscita ad inimicarmi perfino autisti e commessi. Ad esempio, mi ero rifiutata di rimborsare loro le multe prese mentre erano in servizio, salvo poi scoprire che un'altra dirigente, successivamente promossa a direttore generale, presentava il conto di multe prese con l'auto aziendale il sabato al mare.

Ad un certo punto, poi, mi rifiutai di firmare una gara sui sistemi informativi - proprio il mio campo! - il cui vincitore era già stato deciso da altri. Inutile dire che si trovarono facilmente altri dirigenti disposti a firmare di proprio pugno operazioni non cristalline, ricevendo poi compensi indiretti quali, ad esempio, poltrone retribuite in società partecipate.

Quello fu per me un periodo professionale molto difficile, culminato ad inizio estate con il mio licenziamento in tronco. La lettera di esonero dall’incarico mi venne consegnata un venerdì pomeriggio dal direttore in presenza di testimone, necessario visto che io rifiutai di firmare per accettazione. Il testimone era la dirigente che prese il posto del direttore generale quando lui stesso, poco tempo dopo, fu licenziato per motivi etici perché diventato impresentabile perfino per la giunta regionale.

A casa non osai dire subito quel che era successo: mi vergognano, avevo paura del futuro, poi mia figlia si era appena laureata e c'era un clima allegro. Allora mi infilati un vestito buono e andai alla cena di laurea. Più tardi dissi a mio marito, mentre per i miei genitori lasciai passare tutta l'estate.

In autunno iniziò un'altra stagione, cominciai una nuova impresa con il supporto e il sostegno della mia famiglia, in primis mio marito, che mi ha sempre fortemente aiutata. Con il tempo ho dimenticato tutto, per fortuna, grazie all'intima certezza di aver agito per il bene e ai molti impegni che mi sono procurata altrove.

In questi giorni, leggendo le cronache, mi sento ancora più fiera di essere stata cacciata da quel posto. Con la testa alta cammino leggera con i miei jeans verso il mio piccolo ufficio e sorrido tra me pensando alla miseria della signora in tailleur che parcheggia in Galleria San Federico il SUV aziendale. Per aver firmato carte pericolose mentre era accecata dal potere, ha perfino fatto l'estremo gesto di rassegnare le dimissioni con tre mesi di anticipo sulla pensione. Non lo ha fatto prima, per carità, per assicurare continuità di gestione al suo successore.

Poveretta, lo dico sinceramente: non conoscerà mai il sapore della vita e l'orgoglio di potete camminare a testa alta. Si può fare anche solo da un metro e sessanta.

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